Minimalismi letterari e dintorni controvento

La poesia di Francesco Marotta

Anselm Kiefer - Resurrexit

Anselm Kiefer - Resurrexit

QUI i pdf delle sue raccolte

Fino all’ultima sillaba dei giorni

dalla raccolta “L’arte dimentica di morire”

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

Francesco Marotta 

***

 

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.
(fm)

QUI la mia lettura

 

come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni”

fm

 

λέγω – λόγος – ποιέω – ποιήτης

Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito.

“varcare la soglia di una domanda / rasente all’ombra che a fatica / recupera i suoi codici eccede gli argini / imponendosi torsioni di lingua / per esempio la trama discorde / che dai margini offre un sentiero / al silenzio” – (da “Esilio di voce”, 2009)

E difatti, il poeta è “custode” della bellezza, del dolore, dell’angoscia, del vero, di cui si nutre per restituirlo in forma di dono da condividere (“il dolore / mi dice continua / la corsa, riempi le mani / imbratta di sillabe” – da “Impronte sull’acqua”); egli sa che la sua parola è nulla/silenzio e non pretende verità che non sia la propria soggettiva essenza questionante di dubbio, la propria intima elaborazione degli spazi di luce ed ombra del tempo (“l’inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio – “Impronte sull’acqua); conscio del fatto che il suo dire non potrà mai prescindere dai fatti, dalle parole, dal pensiero in arte nella storia, non chiuderà mai la propria esperienza in un castello di specchi, ma aprirà le finestre al pensiero ed allo scambio, cercherà sempre nuove forme, osserverà ed amerà la pluralità delle voci, fondendo il proprio essere in un’armonia di contrasti, da cui stillare il senso precipuo dell’esistenza.

“Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete
per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”
. (Per soglie d’increato , Edizioni Il crocicchio, 2006)

Lo scorrere liquido del pensiero in parole nella creazione poetica non è altro che fluir/si in offerta nuda agli occhi, alle orecchie, alle labbra di un reale o presunto interlocutore.

Niente di più carnale, umorale, intimo ed oggettivamente soggettivo della poesia può costituire il mistero irrisolto dell’esistenza e della “necessità” della tradizione/traduzione del pensiero in scrittura. Segni grafici che costituiscono suoni catalogati in ordine di organi e lembi vivi di carne che ne implicano la pronunzia: labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali …. sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di suoni codificati in parole che costituiranno il pensiero – dentro di noi – o il dia-logo – quando il pensiero sia espresso per trans-itare da noi ad altri.

La liquidità densa della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nella sua stessa carne, nel suo stesso analizzare il dolore. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso: ricerca tecnica? Scelta di stile? Sì, certamente siamo di fronte alla consapevolezza della gestione del verso – sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

Forma e parola si fanno quindi tessuto, tessuto vivo, sanguigno, denso di fluidi: acqua/sangue/sudore/umori che cambiano, che si rincorrono dalla fonte alla loro stessa foce: inchiostro nero come il cielo che fa da sfondo all’umana aspirazione al bello d’una illusoria luna o, ancora, inchiostro nero come sangue, che quando si rapprende perdendo la sua intima vitalità si stimmatizza in segno grafico che permanga, macchiando di sé la pietra, o la carta.

La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.

Marotta è parola che si fa grido, carezza, richiamo, messaggio, richiesta intima e rassegnata d’aiuto, ch’egli cerca nella parola stessa come conforto dignitoso alla intima ed universale  necessità di essersi testimonianza ed interezza di vita.

Una traccia, che non scolora.

Esilio_di_voce 

Esilio di voce (2009, inedito)

scrivi strappando chiarori di pronome

dalla voce la luce malata

che s’innerva

al rantolo di un verbo scrivi

con lo stilo di ruggine che inchioda l’ala

nel migrare anche la morte

che sul foglio appare dal margine

di sillabe di neve s’arrende alla caccia

al sacrificio necessario

dell’ultima lettera superstite

*

                         ci accomuna la conta differita dei morti

                         la mano adusa a separare codici e correnti

                         dal gorgo dove si adunano le ore

                         indicibile chiusa

                         di apocrifi in sembianti di volti

                         di giorni in forme declinanti

                         di parole

*

come questa luce di specchio

quando raccoglierla è già spreco

di fulgidi rosa un chiedere al sonno

gli spazi

intagli per minimi azzurri

l’abuso di crescere che sia privo del prima

mutilata la mano da una lama

d’inchiostro

che trema sul foglio

*

                         guarisci il dubbio trafitto

                         dall’ansia di essere riparo malattia

                         a cadenze autunnali guarda gli sterpi

                         che ti battono un’altra luce

                         sui fianchi e nell’ombra che sale

                         gioca il sogno di un confine

                         sospeso la tua pelle si stacca aggiunge

                         ore ai tuoi segni al graffio che resta

                         dove togli parole

                         ai tuoi occhi

*

assenza che sia illuminata erosione

un luogo che i sensi coincide

a un poi di riflessi se colma l’immagine

di grandine di minerali celesti e trascina

a ogni singola mano sangue di fuga

all’occhio l’identico accordo l’energia

perversa di un dono l’attrito

di maschera e volto

impaziente del balzo

*

                         è un abbaglio la morte la polvere

                         sbrina il suo vento sull’acqua un abisso

                         d’aria e correnti

                         che l’arte della pietra modella

                         per l’oblio materno dell’alba

 *

in equilibrio di colore e distrazione

conserva segni in un forse di miscugli

sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi

di immagini dove presente e senso

versano lacrime agli occhi così

ritorna alla scienza diseguale del volo

l’angelo che spiuma

desideri di carne di danza

il presagio

di un nevaio che brilla dolore

sul confine tra cielo e memoria

ad altezza remota di lingua

*

                         paesaggi che alle palpebre tendono ombre

                         e distanze a volte un passo che irrompe

                         nel viluppo a sfrondare la norma

                         la linea di bianco imposta

                         dall’ennesimo inverno eppure

                         si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche

                         docili ogni senso al destino e svanire

                         al suono che la preda sbalza dal sonno

                         verso una morte in punta di rima

 *

 varcare la soglia di una domanda

rasente all’ombra che a fatica

recupera i suoi codici eccede gli argini

imponendosi torsioni di lingua

per esempio la trama discorde

che dai margini offre un sentiero

al silenzio

*

                         dove macerano tracce e l’abisso

                         è radice di ore lo scarto svelato                     

                         tra il crepuscolo e un’assenza

                         disattesa di voci dove scopri

                         sgraziato e distratto

                         tutto il credito di una piccola morte

                         l’orizzonte che regge la scia

                         di astri vanescenti e la tua mano

                         che ne traghetta il lutto

                         verso il largo

*

avanzi verso un mare inaccessibile

e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio

di sillabe l’onda franata sotto i passi

e quel tempo di amare che ha l’ombra

quando ne invochi il morso vivo

dove trovare riparo

*

                         febbri e vene a passo d’erosione

                         il farmaco in affondo da scomporre

                         in linee inquiete notte dopo notte

                         inaugurando verbi di declino

                         il lontano di un’offerta in forme d’acqua

                         la replica ardente che passa sugli occhi

                         e depone il franto

                         pulviscolo

                         di un nome alla deriva

*

così è la grazia delle immagini

rovesciate nel palmo venute via dall’ombra

che ora ricordi accampata da sempre

alla tua soglia ma

si trattava di attese esercizi

privi di simboli come adornare sbrinati

specchi col battito salino

di una pupilla naufragata

*

                         è un percorso che si rivela in squarci

                         e argini disparenti al primo soffio

                         un affluente da riconoscere dall’alto

                         dalle torri del giorno se

                         nel lontano vigila un dissestato

                         teatro di corpi e alla chiusa

                         le sillabe raccogli che la mano nasconde

                         prima di cedere sotto la sferza

                         di un lampo

                         alla cecità di dare ancora un nome

*

nudità di deserto e alla cintura

una sacca d’aria rarefatta per talismano

e balsamo tu la trascini

abbandonando respiri a folate alla luna

seguendo a palpebre sbarrate

nell’esilio di voce

la lampada elementare che risale

fino alla sommità delle labbra

la selva di due desideri intrecciati

*

                         alla curva del vento

                         slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo

                         e labbra a distesa dall’altra parte

                         dell’acqua si pensa un paesaggio

                         grande quanto una mano lungo

                         fino a sfiorare i capelli con la dolcezza

                         verde della sabbia si pensa la terra

                         divisa in pagine leggere e uno sguardo

                         luminoso di bambina

                         piantato tra le zolle come una spina

                         come una sillaba

                         come un’attesa

*

dal largo

sopraggiunta da un chiarore incurabile

svapora memorie come umori d’erba

accesa dai roghi dell’inverno

nuota verso la parete la mano

legge l’aspro sapore di fumo

di una foto ingiallita quell’unico dolore

di avere ancora suoni

per l’orecchio murato dei morti

*

Quando lessi per la prima volta “Esilio di voce”, mi si palesò un’immagine *ResurrExit* – Kiefer –  

Una lettura per immagini la mia, che mi consegna la poesia di Francesco Marotta quale eredità di parola, verbo, sillaba, ostinatamente urlata sin dentro la luttuosa cecità delle *orecchie murate*, in sfida agli inganni, ai dubbi, alle norme ed ai codici da violare per oltre-passare – traghettare – in un naufragio privo di argini, fin dentro la visionarietà di angeli spiumati, capaci di verità di carne oltre ogni inverno, oltre l’inferno di presagi e bilanci tra presente e memorie, in una sferzata *paleontologica* e sfacciatamente evocativa di riordinata lingua.

natàlia castaldi

4 Risposte

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  1. francescomarotta said, on 8 settembre 2009 at 1:24 pm

    Ancora grazie, Natàlia. Con un grande abbraccio.

    fm

  2. natàlia castaldi said, on 8 settembre 2009 at 1:34 pm

    mi casa es la tuya
    sin paredes y adonde se encuentre
    no se puede decir *gracias* cuando todo es encuetro
    llevo conmigo a lo que quiero

  3. anfiosso said, on 16 settembre 2009 at 5:47 pm

    Bel dettato denso, epigrafico. Complimenti.
    E’ stato un intenso biennio, quello di rebstein, da quello che ho visto un po’ da ultimo arrivato. E’ un piacere essere stati pubblicati, le stesse cose – ovviamente mai più rilette – hanno come un valore aggiunto (sarà il contesto, o la grafica :-) ).

  4. natàlia castaldi said, on 16 settembre 2009 at 5:55 pm

    felice per la tua presenza in questo mio angolo dedicato alla poesia di un vero Poeta.
    ciao David! :-)


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