Minimalismi letterari e dintorni controvento

me quedo … como una huella roja contra el viento

Pubblicato in poesia contemporanea da natàlia castaldi il 14 Ottobre 2009
«Nei tempi moderni, la desolazione è venuta dalla filosofia,
la consolazione dalla poesia».
...
«La filosofia è un’estasi fallita a causa di uno strappo. […]
Ciò che il filosofo perseguiva, il poeta l’aveva già dentro di sé,
in un certo modo; in un certo modo, sì, e quanto diverso».
María Zambrano

controvento (IV) – come un sottotitolo

Pubblicato in poesia contemporanea da natàlia castaldi il 7 Novembre 2009
in un mare di finta poesia mascherata da ricerca di metro
e strabilianti effetti ottici che mal celano la totale assenza
di pensiero, intuizione e ispirazione... vantando solo citazioni e rimandi
che vanno a colpire qui e lì la botte ed il cerchio di circoletti da "decantazione"
di vini ed onanismi vari ed eventuali ...
.
beh, sì... ci si può anche scandalizzare davanti alla poesia.
n.c.

De André – Un matto

Pubblicato in il dono della musica da natàlia castaldi il 13 Dicembre 2009

 

Le nuvole

Pubblicato in Minimalismi letterari, poesia contemporanea da natàlia castaldi il 11 Dicembre 2009

le nuvole

niente può essere originale, l'originale è nelle nubi stesse,
poi il resto lo fanno gli autori che parlano delle solite cose,
ognuno con le proprie parole, la propria sensibilità.
.
***
.
Le nuvole sono un mistero evaporato dal mare
si dipingono in mille losche figure quando il cielo s'ingrigisce
in presagio oscuro della fine
Si dipingono di rosa come la carezza d’una madre
sulle gote fresche di una primavera in fasce
Le nuvole
Puoi trovarle scontate se compri in un discount a rate
te le mettono anche sotto sale
o in liquidazione
prima di chiudere la prossima saracinesca
Le nuvole
Le guarda il barbone che ha perso tutto
per quel suo fare il salmone
in compagnia delle allucinazioni d’una molotov in bottiglia
Le osserva il predestinato ad un giorno
infame andando a lavorare in una fabbrica senza respirare
ed il contadino che cura la sua messe
tra preghiere, santini e peones giornalieri
E le osserva anche un dio, che non si spiega
come tanta perfezione
possa starci ancora qui ad osservare.
...

Se chiedi il mio nome

Pubblicato in poesia contemporanea da natàlia castaldi il 11 Dicembre 2009
A. Kiefer - Ohne Titel

A. Kiefer - Ohne Titel

é

un’anima pura nella sua dannazione che espia le colpe e le macchie di chi se n’é servito

un purgatorio di vento che lascia annodati i capelli alle unghie ed ai sassi

un fiume di lava che incendia i sensi per purificarne la carne nel desiderio terreno

se chiedi il mio nome - é un insieme di parole maledette - ti rispondo

- é l’altrove che si consuma nella neve come una fiamma senza speme

la cartilagine che avvolge le ossa nella fatica della leva alle ginocchia

la malsana onda che sconquassa la riva di detriti ed incuria

la notte folle delle ombre infantili dietro il vetro

l’ultimo inverno prima di morire

mi svesto del mio nome:

e volano le sillabe

                                                                                      Nenia d’autunno

                                                                     Avanzi lenta agl’occhi

                                                          Triste l’azzurro m’

                                            Ágita le foglie    ———————————————————————– re-surr-exit

                                                         Lieve la carezza t’

                                                                   Insegua il passo - dell’ultimo [mio] -

                                                                                            Addio

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Quale senso d’insana acquiescenza

Pubblicato in MetricAnarchicA, poesia contemporanea, scritture da natàlia castaldi il 9 Dicembre 2009
Finestra aperta e volo di rondini - Arnaldo Ginanni Corradini, in arte Ginna (Ravenna 1890 – Roma 1982)

Finestra aperta e volo di rondini - Arnaldo Ginanni Corradini, in arte Ginna (Ravenna 1890 – Roma 1982)

Sono cadute le ultime rose nel tramonto di fine estate. Nel caldo umido che segue la pioggia si alzano ancora nugoli di zanzare: la pelle si assapora nel sudore stanco di una luna tersa, appena autunnale. 

Pietra dopo pietra costruisco la mia tomba: sepoltura di lavanda fresca e di verbena. 

Rincorrere il tempo nella lentezza delle ore 

e’ come affacciarsi stretti al muro 

per paura di lanciarsi nella bellezza del vuoto 

me ne sto qui, imbrigliata nel sibilo delle parole 

come un pavimento vischioso che s’inceppa nelle suppliche dei topi. 

Voglio tornare ad essere bivio d’incertezze, 

chiudere il rubinetto all’ossessione della goccia: 

drop … 

          drop … 

                    drop … 

per stendere le palpebre su un masso a bisbigliare: 

                                                                                                       Quale senso d’insana acquiescenza 

                                                                                                                 può venire alla terra dal mare? 

 Saranno ancorati  a mille lidi 

i ricordi ovattati di ieri 

ed avranno negl’occhi gl’umori 

sulle carni i percorsi e gl’artigli 

di carezze il sapore nei pianti 

mai vissuti nei sogni che avevi 

Essere volo di rondini 

che non fa primavera 

mentre la neve si compatta 

e dormono le primule.

.

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La noia di scrivere

Pubblicato in poesia contemporanea da natàlia castaldi il 8 Dicembre 2009

Andrew Wyeth - Up in the Studio

Abbiamo avuto il nostro penoso tramonto,
la ruggine delle foglie,
la noia delle primavere quando invadono l’inverno,
i silenzi della notte
e tutto qui per noi
a sobillarci la stoltezza di scrivere prolissità
nella pronunzia sorda del vento
impigliato ai denti aguzzi delle stelle
quando, lento, rimastica le ottuse ipocondrie del giorno

-          Vedrai, anche questa funesta pagina di male
           si scioglierà nei giardini segreti degli istinti
           ove soggiacendo oltre ogni logico volere
           guariremo nel libarci alla fonte dell’inganno
-          Oh mia scure!
           Famelica lama abbatti il mio tronco
           fino al battesimale incontro
           delle vene al cuore
           e che non ammetta il minimo dubbio
           riguardo la rotondità della terra
           ed al vagare risucchiati dal suo ventre di legenda
           come mesta novella sul divagare delle cose,
           come fosse tutto puerile invenzione dell’arte,
           come se un platonico sussulto
           potesse rendere giustizia alla monotonia del verso
Non senso:
penuria di parole alla penna digiuna d’argomenti

Senti la ruggine mangiare i corpi, le lamiere, le giunture?
È anch’essa noia nelle cose inanimate
e fuori tutto è fermo nel suo ferruginoso aspetto,
-          almeno piovesse.
 .

Carizzi r’amuri – Blu —> Liebesstreicheln – Blau

Pubblicato in Tradurre poesia, il dono della musica, poesia contemporanea da natàlia castaldi il 7 Dicembre 2009

(Agricantus – Carizzi r’amuri)

.

Una nenia blu
cantava una sera
ed un prato di stelle
ne ascoltava il pianto:
chi abita il mare
riconosce la sua stella,
lo ha imparato negl'anni
sulle barche
senza vento.
QUI la lettura di Anna Maria Curci
.Liebesstreicheln – Blau
.
Eine blaue Kantilene
sang sie eines Abends
und eine Sternenwiese
hörte ihrem Weinen zu:
Wer das Meer bewohnt,
erkennt seinen Stern,
das hat er in den Jahren gelernt -
auf den Booten
ohne Wind.
.
traduzione di Anna Maria Curci

Rotte e percorsi di rete

Pubblicato in rotte da natàlia castaldi il 6 Dicembre 2009

Stroboscopio

Ci sono luoghi nella rete che val la pena di scoprire e che danno senso alla rotta, all’intimo senso di resistenza che – a volte – appare solitaria e donchisciottiana …

per questo ringrazio chi si dedica a dar loro forma e pensiero, rubando alla propria vita minuti, ore, tempo

STROBOSCOPIO: Politica – Letteratura – Poesia – Pensiero

LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESO: Resistenza – Poesia – Letteratura- Politica – Vita – Condivisione

CARTESENSIBILI: Letteratura – Arte – Pensiero – Poesia – “Grazia”

RETROGUARDIA 2.0 – IL PUNTO LETTERARIO: Letteratura a 360°

ed altri, tutti nel blogroll della colonnina a destra.

n.c.

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AnarchicAmore

Pubblicato in Divagazioni da natàlia castaldi il 4 Dicembre 2009

Tina Modotti - donna

ci sono guerre che si vincono senza alleati, col solo impulso che percuote il ritmo al cuore, il resto è fuffa, melma, muffa che va e viene come le marée. La mia barca é piccola ma conosce il mare da anni, il suo rimessaggio è annuale. Costa fatica tirare i legni a mano fino alla capanna per poi cominciare a levigare, scrostare i coralli grezzi dalla chiglia, le alghe cementificate dal sale ma poi, quando il sudore evapora nell’odore di vernice e resina,  la fatica quasi inebria e se ne apprezza il lavoro solitario, meditativo di tanti tasselli che ridisegnano il senso dal principio alla fine.
Ed è allora che, sola, finalmente apprezzi il sapore della tua guerra d’amore con un legno che galleggia ed una stella ferma in cielo, che non sa tradire.
Ci sono guerre piene di battaglie che solo un cuore puro può far bruciare come fosse un’esplosione in un giorno di festa, come la libertà dalle catene della ragione utilitaristica che prima ti carezza, poi ti sgozza usando ogni arma della tua confidenza, ogni aculeo della tua corazza a lei aperta … 
AnarchiAmore, io, che non ho bisogno di un nome perché mi si riconosca, né di un dito come paravento o di un appoggio per sostenere le anche al vento: puoi depredarmi delle finte bandiere, dei fatui fuochi che si spengono nei giorni di scirocco, ma l’anima mia non si vende e non si ruba, ma soprattutto -qui, in seno al mio petto- non si compra.
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Rosso Levante – raccolta di poesie politiche

Pubblicato in poesia civile e politica da natàlia castaldi il 3 Dicembre 2009

kamikaze

KAMIKAZE Stringhe di dolore annodano l’olfatto d’un caffè bruciato nel vapore d’un mattino uggioso. Ricarichi le ossa nella tosse d’una sigaretta che spezza anelli di fumosa esitazione e paura. Avvolto nel giubbotto logoro di anni e sogni ti accompagni all’odore del letto vuoto sul sedile d’un metrò. Ti giri di scatto nel presagio di un nulla vuoto del ricordo: negli occhi danzano le lettere d’una stazione senza ritorno sbiadite nel sudore d’un biglietto accartocciato tra le mani. Rimbocchi il colletto mentre il freddo ti scorre nelle vene, [t’inonderà il silenzio violento nel rapido finire]. Non baratti la ragione con la vita, chiudi gli occhi sul suo sguardo di tizzone ed è un addio per una causa senza stato né nome.  ***

Palestina libera - il mio sogno

  NOTTE DI GAZA, 28 DICEMBRE 2008 Affilo gli accenti e le virgole ai pensieri, – Acuminati – feriscono le orecchie sulle dita della notte, nella carne di sospiri ed urla innocenti una lingua di terra benedetta da più dèi nel sangue degli eletti: ieri bambini senza corse oggi fame senza domani e sete senza speranze. Pianto di stelle anche stanotte nel cielo dei soprusi d’umano invocare divine discolpe per rammendare squarci di carne ed anima nello scendere del sipario sull’infamia del mondo. *** STORIA SENZA STORIE Terra di cedri ed ulivi, terra di pietre maledette in nome di quale dio affoghi in rovi e polveroso affanno per diritto d’un popolo nella diaspora nutrito d’amaro sale e dolore? Ieri vittime tatuate a numero e fosse non vedono lo scempio del proprio diritto nel disumano vissuto genocidio? Acre odore macabro di decenni e sangue di disperazione e fame sulle terre sfrattate e mutilate non giungi ancóra alle narici dei nuovi Pilato immobili a decretare nel complice silenzio il trionfo dell’inferno sulla storia. *** LA CICALA S’io fossi una cicala frinirei le mie note nel bramir d’ali e foglie. Scivolando s’una goccia nello stagno delle vertebre abbandonate brandirei pagliuzze dorate. Mozzando capi chini di vergogne ossequianti, sederéi mille battaglie nel sangue dei codardi e dei potenti per riconquistarti il mondo nel silenzio del mio canto. *** DOVE UN TEMPO PIANTAMMO UNA QUERCIA SI SECCO’ ANCHE IL MIO ULIVO L’ombra incredula della collina scende macchiata di porpora e china, il vento spoglia i rami alle dita - scabre le vene s’asciugano ai polsi. Un plaid di foglie falciate all’ulivo piange scomposto l’immobile grido delle radici che succhiano al suolo l’aspro sapore di chi s’è perduto. Lì dove un tempo piantammo una quercia priva di ghiande da offrire ai suoi porci, ascolteremo cantare le stelle nelle pozzanghere e dentro le fosse. *** IN BIANCO E NERO È inutile come il mattino dopo un sonno senza riposo rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi infilando perline ad una collana spezzata intorno al collo della negligenza. Succube di parole morte nella notte senza afa la fede spezzata in un crocicchio di quesiti senza attese si deforma nello specchio di mille maschere di zucchero e sale. *** - Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata? *** In bianco e nero amo guardare il vero delle cose nel grigio smorto delle nebbie al camminare degli scarponi antinfortunio detratti a rate dallo stipendio aziendale. *** Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime che evaporavano odori di letto e figli. La osservavo passare in fretta e sognavo un avvenire che mi facesse ricordare il suo nome: ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue. *** - Nessuna luce ancóra è degna dei colori del reale *** Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore appeso a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari. Cartellini da timbrare con contratto interinale e domani un nuovo mestiere per bestiario di pretese. *** La preghiera del padre si disegna agli angoli d’una bocca da sfamare nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore che brama leccornie da consumare in fretta per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi di fragole mature, lievi come il mulinare del vento per un marinaio nato in camicia che mille lidi attraversa sempre appeso alla sua rammendata tela che perde il tempo dalle toppe dei suoi miseri inganni. *** EPISTOLA II – A MIO NONNO, UN COMUNISTA Se perdessi la capacità di soffermarmi sulla possibilità di una fantasia nella vuota veridicità del mio risveglio, allora smetteresti d’esistere e questo mio scriverti avrebbe fine. Seppure nella menzogna di una realtà che non soddisfa ritorno a perdermi nelle fantastiche avventure che leggevo quando ancora sapevo sperare. Abbiamo perso gli ideali nel cammino dei sogni di giustizia sociale ed Enrico* se n’è andato, sì, avrei dovuto dirtelo prima, anche lui se n’è andato: la sua fronte era rigata di sudore, le vene gonfie di attese e parole:       – nella piazza i pugni si sono aperti,         le vele rosse hanno perso il vento. Mi sono addormentata sul divano stanotte fissando una fabbrica di sogni d’acquistare a rate mentre mi chiedevo dove sarai arrivato e se nell’altro emisfero stai trovando quiete o solo bugie d’esistenza. Ma non temere per me, mi vestirò di sogni domattina partendo per un’avventura da timbrare senza meta né certezze. Silenziosamente attenderò una risposta alle domande che non ti ho posto.  ___ (Enrico Berlinguer morì l’11 giugno 1984, sei mesi dopo la dipartita del destinatario di questa lettera) ***  LA RIVOLUZIONE DEL POETA Cos’altro ancora la mia parola se non arma, coltello e lama penna iniettata di veleno, di sudore? Contro lo sciacallaggio dell’ottimismo nella cecità mediale compito e dovere portare letizia e rivolta carezza e scompiglio nel torpore. Potenza d’un petalo purpureo di papavero: oppio alle mie vene ed alle papille miele d’acacia, rompi i silenzi dei tormenti e delle nebbie del giorno ingrato, di fatiche operaie raccogli il sangue nelle mie penne. *** TAMBURIN MAN Cinture di corda nei calzoni logori di troppe stagioni e toppe rammendate con filo e dolore nell’indice solcato dallo sfregare delle ore. Una valigia di cartone e una chitarra scordata soffiano ancora ribellione e amore sulle rughe e tra i fogli d’un vecchio Tamburin man ***
LA CANZONE DELLE PRIMULE ROSSE

In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dálli alle fiamme
di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell’animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganti verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.
***

"Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria,

si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni,

perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie,

e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza

il collo e la testa del cavallo!"

Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano 

 

 

DEL PERDUTO SENSO

 

C’era un sogno, una stella,

sapeva di mare, reti, fabbriche e sudore.
E c’era un ragazzo che voleva lottare
con pochi soldi ed una chitarra di cartone.

Aveva una penna cui affidare
l’ardore, come una donna che
gli custodisse il dolore.
Esistevano i poeti, i cantori, i profeti
e le sue mani erano farfalle libere nel sole.

Sono passate le maree senza lasciare conchiglie
tra le alghe ed il suo cavallo ammansito
reclina il capo sul fieno amargo d’uno steccato.

Rimasticato nel cappello, ora abbassa la visiera:
la stella perduta nel pentagramma confuso
del pensiero dentro i suoi occhi

si confonde al soprabito di scena.

 

C’era una volta un indiano, adesso s’è impiegato.
Alla fiera delle cose perdute tira somme come un ragioniere:
non scontentare nessuno è il suo mestiere.

 

***

.

Monologo Apocrifo – Elisabeth B.B.

Pubblicato in scritture da natàlia castaldi il 2 Dicembre 2009

Di rana in cigno - di Francesco Balsamo - http://www.francescobalsamo.it

Io mi fermo sulla cruna dell’ago, la nostra bilancia è immobile: il tuo pugno di lenticchie pesa quanto la mia spiga gravida di grano. Tentare di dare razionali quadrature all’indefinibile, adesso, sarebbe come pretendere che le nostre ottiche cedessero il passo dell’anima alla mente.

- Amore? 

(ridendo sarcasticamente) –  Roba da poeti, sognatori, illusionisti, perdenti …

- Amore … sì!

Sarebbe come dire nulla al niente: no, non è amore questo calesse e non importa etichettarne un senso all’infinito se qui tutto è caduco.
Siamo due cammelli che hanno perso le gobbe additandosene le colpe, due ruminanti che stanchi si rinfacciano i versi, gli scarti, le preghiere, i giorni … persi nella consacrazione del nulla nel finito.

- Silenzio … – Dio! come odio il tuo silenzio, il tuo abbassare la testa dentro il petto.

L’insoddisfazione brucia come un cancro nella mente e tu continui a parlare di “Amore”

- … Amore, Amore, Amore? … quale amore?

- Taci! … 

Non è quello che voglio essere il tuo amore e non indosserò il velo vespertino per impastare passato e presente in déjà-vieux di troppi giorni. No, amore mio, no … Io sono carne e cervello su polpastrelli che levigano grani di sale senza novene né mea culpa: ciò che sono diventata sulle ginocchia di mille pene lo devo a me, alla mia caparbietà, al tuo diniego, alla mia ambizione.

L’amore eterno lo lascio a te che affondi il capo nella polvere di ciò che volevi che io fossi, scandendo il tempo dei tuoi sensi nella ragion pratica del sopravvivermi esistendo.

Io? Io non so cosa sarà ancora domani, quale buio mi sveglierà all’alba, quale freddo avvolgerà i miei piedi tra le lenzuola, quali pentimenti mi roderanno le insonnie d’angosce, ma so che “noi” non ci saremo.

 

Così ripeteva davanti alla parete nuda, le sue spoglie erano state accolte dalla benedizone della terra un mese prima, la sua cella d’isolamento prendeva le sembianze di quel volto negli angoli, nelle crepe, nei vetri grigliati di ferro nero.

Continuava a lasciarlo ogni notte, per non uccidere il suo ricordo, per mantenerlo in vita nella loro maledizione. Aveva cancellato l’odore del sangue sotto le unghie, dalle dita, ma le restava quel sapore inspiegabile, ferroso e dolciatro, nella coscienza della gola mentre si affliggeva le labbra tra i canini per confonderne il gusto.

L’amore eterno lo lascio a te, lo lascio a te - ripeteva, giorno dopo giorno, in una cella scura.

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De rebus naturae

Pubblicato in RESISTENZA, poesia civile e politica, poesia contemporanea da natàlia castaldi il 26 Novembre 2009

R. Gonsalves

 

R. Gonsalves

Non mi inginocchio davanti ad altari
rivestiti di tele e ricami,
oboli di fedeli
a purificare in bianco candore
di sete e damaschi ed ori, peccati
terreni, misfatti e umane meschinità.

Non sciolgo sulla mia amara lingua
ostie come carni divine
e non rinchiudo in portafogli,
tra denari e scontrini, nóccioli
di dattero come propizio feticcio
per prospero domani, né santini
dalle mani insanguinate di stimmate
e dolori per garantirmi la fede
ed un sereno domani.

Templi e pagani riti reiterati
in riscritte vesti a giustificare
poteri e contrabbandi di menti
con aldilà e timore di Dio,
che imperfezione naturale d’animale
genere ha voluto a pascolare
in gregge di iene in famelico
divorare la carne del più debole
che soggiace per malefica invenzione
del male al di fuori di creazione.

Mi inginocchio davanti a me stessa,
alla mia meschina natura nella
Natura ed essa prego che non infierisca
davanti allo scuotere delle onde
sulla battigia ed alle creazioni
di umana creatura in sua potenza d’arte.

Alla mente spaccata tra bestiale istinto
e razionale evoluzione
rivolgo disperato pianto e preghiera
che abbia pietà dei cuccioli d’uomo *
e non inchiodi alle croci armando
innocenti come cani affamati
per ludibrio di scommessa
e due monete d’oro in tasca.
***

*Postilla al testo:

Nella chiusa la mia preghiera va alla coscienza di tutti coloro che permettono l’esistenza di forme di sfruttamento e violenza come quelle praticate ed inflitte ai cosiddetti “baby-soldato”, i “cuccioli d’uomo” armati dalla fame e mandati ad uccidersi in guerre dimenticate e lontane dalle logiche dei mercati occidentali, il cui unico interesse verso quei conflitti si circoscrive alle possibilità di sostanziosi introiti per le loro “pulite” industrie belliche.

Si calcola che i bambini soldato nel mondo siano circa trecentomila, questi “cuccioli d’uomo” non giocano alla guerra sui freddi e colorati schermi di costose play-station, loro la guerra la fanno, e la fanno armati di kalashnikov, Ak47 e fucili d’assalto americani M16.

Strappati alle famiglie o venduti dalle stesse, per mezzo di violenze fisiche e psicologiche di una crudeltà indescrivibile,  questi bambini vengono sottoposti ad un processo veloce e cruento di “disumanizzazione”,  al fine di abbattere ogni loro connaturato moto di pietà verso il prossimo, “educandoli” ad uno spirito –  esasperatamente deviato -  di sopravvivenza che equivarrà alla loro capacità di uccidere. Prima dei combattimenti vengono generalmente drogati con cocaina, anfetamine o polvere da sparo bruciata e mischiata a riso e hashish.

A detenere il primato di quest’orrore è l’Africa, e principalmente il Sudan, dove da quasi trent’anni si consuma una guerra spietata tra Nord musulmano e Sud cristiano ed animista, laddove – ancora una volta – la religione dell’uomo, gli “Déi” dell’uomo,  determinano o giustificano lo scempio dei loro stessi figli, quelli più deboli e più fragili, quelli che da esseri umani diventano “bottino di guerra” e manovalanza da macello per guerre tra tribù senza speranza ed in mano ad assassini senza onorevoli taglie sulla testa da parte delle spettatrici Nazioni Unite, sempre patinate e civili portatrici di libertà.

n.c.

***

Piccole storie

Pubblicato in Divagazioni da natàlia castaldi il 26 Novembre 2009

Hiroshima - l'arte della guerra

Tutto iniziò da due piccole tribù una adorava il fuoco, l’altra il fiume Poi arrivò il carro a scorrer sulle ruote scandendo circolare il ciclo delle vite Macchiammo il Gûlgaltâ di rosso issando pietre a recintarci le vergogne fin quando riuscimmo anche a volare e scagliammo bombe per la pace universale. Abbiamo camminato tanto su talloni e caviglie con l’istinto di sopravvivenza del buon migratore facendo d’ogni disumana aberrazione un dio da adorare nell’orrore. .

Il canto della noce

Pubblicato in poesia contemporanea da natàlia castaldi il 26 Novembre 2009

Noce di burro

Noce di burro

"Io sono la noce" disse il morbido burro, "la sete di giustizia rinchiusa nel tuo mallo e sono la fiamma che trema al davanzale, il respiro, che accende il tuo pensiero". . "Io sono il burro" - rispose la noce - "che unge il pane, t'insaporisce il vento, lucida il mallo". . "E sono la passione" - cantarono insieme - "la rosa, la spina del tuo cuore. Sarò l'arpione che trafiggerà l'empia codardia d'ogni misera statura, la freccia che vincerà la nostra guerra, la sfida che ti sussurra il vento sulle labbra" . ***

Del divino amore

Pubblicato in MetricAnarchicA da natàlia castaldi il 26 Novembre 2009

Pina Bausch - Gerard Uferas

Conobbi la mia Fede negli abissi oscuri dei tuoi occhi quando in essi m'immersi, abbandonando il mio respiro al mistero del senso e dell'istinto. Ho raccolto la Fede sui pendíi  dei tuoi fianchi, quando la notte bianchi li cinsi tra le cosce per gustarne -         Sguainato il succulento cimiéro d’originale carmínio peccato - chiaro il succo che sazia la mia sete. Incontrai la Fede  sulle tue labbra quando zingara intrecciai la mia lingua ai palmi delle mani mendicanti per risalire le vette dei Cieli nello spasmo di miele sulle dita al tocco sensibile della Grazia. . ***  

Inchiostro

Pubblicato in Minimalismi letterari, poesia contemporanea da natàlia castaldi il 26 Novembre 2009
Scrivere - foto di Tina Modotti

Scrivere - foto di Tina Modotti

 

Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri
smussa le virgole ed accarezzami gli accenti
striscia sul corpo del mio testo
                       dàgli peso
penetra ogni parola, ogni verbo
bagnami la lingua della tua saliva
                         -  nel  leggermi  piano
                            senza  fretta  -
scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio
              e stropicciami ad ogni lettura
                                     nelle ore di noia
                                     mentre vieni nelle mie caverne
                                     e sui miei capelli
                                     ed alle labbra
                                             offri ancòra nuovo inchiostro.
***

La profanazione della carne (25 novembre giornata mondiale contro la violenza sulle donne)

Pubblicato in Ereticamente dedicato da natàlia castaldi il 25 Novembre 2009
Pulsa dal ventre il mio perdono.
Dalle vene fluisce
batte le tempie
percuote,
s'incarna sulle labbra:
nuovo verso in emorragia di suono
come un pianto, lento.
Sciolgo le briglie alle mie lingue
frementi di disgustosa spuma.
Acuminate come spilli penetreranno gli occhi
le parole dettate nel rosso ripugnante della deflorazione.
Frutto senza succo
raccolgo gli acini tra le palme
nuda del carapace da guerriero
di noce e burro sono uomo e donna
nelle mille maschere che indossano il sorriso
amaro e sprezzante della mia profanazione.
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Il sultano di Babilonia e la prostituta

Pubblicato in il dono della musica da natàlia castaldi il 22 Novembre 2009

Angelo Branduardi & Franco Battiato

Il giorno che …

Pubblicato in despedida da natàlia castaldi il 21 Novembre 2009

Pina Bausch

Il giorno che morirò diranno d'avermi amata
d'aver spezzato il mio pane
ed aver bevuto dalle mie labbra
Il giorno che morirò infileranno le mie parole
a ghirlande profumate per farne il mio ultimo cuscino
e della mia solitudine intesseranno - loro - il canto.
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“L’aura incantata delle origini”, il mio sguardo sulla poesia di Francesco Marotta

Pubblicato in scritture da natàlia castaldi il 17 Novembre 2009

Oggi su La Poesia e Lo Spirito una mia lettura della poesia di Francesco Marotta che non ho “pudori” nel definire  mia anima silenziosa e faro di poesia.

Ringrazio di cuore Francesco Sasso e LPELS per questo regalo.

LINK

Viaggio nella luce, controcanto al vento

Pubblicato in poesia contemporanea da natàlia castaldi il 16 Novembre 2009
Boulders on the beach
Boulders on the beach

 (Non cantarmi lo sfiorire dei gigli nell’abisso

delle onde quando s’increspano d’argento nel gioco della luna

che dal tuo corpo risucchia il respiro alle marée

legando la mano dal seno al senso dell’aria

nell’assenza

di me

come fossi relitto ed icona di un’imago passata)

Non rinchiudere il senso delle cose

nelle domande cui per tua logica

non troverai risposta

e non chiederti il sapore d’una mela

che lasci marcire appesa e mai colta

contorcendo il nostro essere

in moltiplicate lettere senza mittente

nello sbiadire del nome tuo in ceralacca

che confonda nello stampo d’un anello

ogni sentenza, origine ed essenza.

Sfoglia ogni pagina di questo frutto

partorito dall’incoscienza delle sillabe

nel ventre tondo della creatura assunta

nel perimetro della nostra esistenza.

Ancora

áncora il tuo passo al fertile terreno delle cose

nel tattile profitto della terra quando d’ogni goccia

appesa all’ugola dell’alba

genera piccoli arcobaleni di voci nell’aria pregna

di moto e di luce

ove sottraendo al gesto delle dita

di sempre

in sempre

vedrai riemergere le sconfitte ombre nel gioco

della luna col sole

ed ogni acaro delle andate esistenze

perderà l’infetta reverenza

dell’intrigo del tempo con l’inesistente fato,

uguale a se stesso

lascia che si perda nei perpetui moti del silenzio

che non sa creare altro che vuoto.

Nell’afflusso di sangue alla giugulare

sorreggimi il volto tra le mani,

nella cupa notte delle attese

riempimi il vuoto della pelle

di viva carne

che pulsi

fino al fiore segreto del seno:

e che sia febbrile la palpitazione delle ore al cuore

sulla pelle incandescente

del fiume inverso

dall’utero

alla fonte,

voce ricomposta nelle leccate ferite

di cui l’imago mi renda giustizia di verbo

che arrovellandosi c’intrecci i muscoli

al suono delle membra fino all’ultimo sfinirsi

d’un “Io Sono”

pieno e presente

a tutto ed a niente

contro ogni lurida e collerica bile vomitata all’arte

nell’apertura del nostro sguardo all’orizzonte

uguale e diverso

nella controversa natura

della sua armonica di-versità:

l’urlo nostro partorisca l’in-canto

dalla deflorazione impalpabile dell’inganno

- peccato originale chiuso nel calice fresco d’una rosa

che si rigenera

pura e di certezza assolta

nell’anima calda del nostro respiro

liquido

come nettare stillato al senso precipuo della luce

che nell’ora del tramonto

dissolve in sanguigno solco di fuoco

ogni rimarginata crepa

scolpita nelle linee morbide

della nuda pietra.

(Cantarmi il fiorire dei gigli dall’abisso di posidònie

quando danzano l’argénteo vanto della luna

che dal tuo corpo emana il respiro alle marée

legando la mano dal senso al seno dell’aria

nella presenza

di me

come fossi carne del verbo e briciola di pane caldo)

 

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