me quedo … como una huella roja contra el viento
«Nei tempi moderni, la desolazione è venuta dalla filosofia,
la consolazione dalla poesia».
...
«La filosofia è un’estasi fallita a causa di uno strappo. […]
Ciò che il filosofo perseguiva, il poeta l’aveva già dentro di sé,
in un certo modo; in un certo modo, sì, e quanto diverso».
María Zambrano
controvento (IV) – come un sottotitolo
in un mare di finta poesia mascherata da ricerca di metro
e strabilianti effetti ottici che mal celano la totale assenza
di pensiero, intuizione e ispirazione... vantando solo citazioni e rimandi
che vanno a colpire qui e lì la botte ed il cerchio di circoletti da "decantazione"
di vini ed onanismi vari ed eventuali ...
.
beh, sì... ci si può anche scandalizzare davanti alla poesia.
n.c.
Le nuvole

niente può essere originale, l'originale è nelle nubi stesse, poi il resto lo fanno gli autori che parlano delle solite cose, ognuno con le proprie parole, la propria sensibilità. . *** . Le nuvole sono un mistero evaporato dal mare si dipingono in mille losche figure quando il cielo s'ingrigisce in presagio oscuro della fine Si dipingono di rosa come la carezza d’una madre sulle gote fresche di una primavera in fasce
Le nuvole
Puoi trovarle scontate se compri in un discount a rate te le mettono anche sotto sale o in liquidazione prima di chiudere la prossima saracinesca
Le nuvole
Le guarda il barbone che ha perso tutto
per quel suo fare il salmone
in compagnia delle allucinazioni d’una molotov in bottiglia
Le osserva il predestinato ad un giorno
infame andando a lavorare in una fabbrica senza respirare
ed il contadino che cura la sua messe
tra preghiere, santini e peones giornalieri
E le osserva anche un dio, che non si spiega
come tanta perfezione
possa starci ancora qui ad osservare.
...
La noia di scrivere
Abbiamo avuto il nostro penoso tramonto,
la ruggine delle foglie,
la noia delle primavere quando invadono l’inverno,
i silenzi della notte
e tutto qui per noi
a sobillarci la stoltezza di scrivere prolissità
nella pronunzia sorda del vento
impigliato ai denti aguzzi delle stelle
quando, lento, rimastica le ottuse ipocondrie del giorno
- Vedrai, anche questa funesta pagina di male
si scioglierà nei giardini segreti degli istinti
ove soggiacendo oltre ogni logico volere
guariremo nel libarci alla fonte dell’inganno
- Oh mia scure!
Famelica lama abbatti il mio tronco
fino al battesimale incontro
delle vene al cuore
e che non ammetta il minimo dubbio
riguardo la rotondità della terra
ed al vagare risucchiati dal suo ventre di legenda
come mesta novella sul divagare delle cose,
come fosse tutto puerile invenzione dell’arte,
come se un platonico sussulto
potesse rendere giustizia alla monotonia del verso
Non senso:
penuria di parole alla penna digiuna d’argomenti
Senti la ruggine mangiare i corpi, le lamiere, le giunture?
È anch’essa noia nelle cose inanimate
e fuori tutto è fermo nel suo ferruginoso aspetto,
- almeno piovesse.
.
Carizzi r’amuri – Blu —> Liebesstreicheln – Blau
(Agricantus – Carizzi r’amuri)
.
Una nenia blu
cantava una sera
ed un prato di stelle
ne ascoltava il pianto:
chi abita il mare
riconosce la sua stella,
lo ha imparato negl'anni
sulle barche
senza vento.
QUI la lettura di Anna Maria Curci
.Liebesstreicheln – Blau
.
Eine blaue Kantilene sang sie eines Abends und eine Sternenwiese hörte ihrem Weinen zu: Wer das Meer bewohnt, erkennt seinen Stern, das hat er in den Jahren gelernt - auf den Booten ohne Wind.
.
traduzione di Anna Maria Curci
Rotte e percorsi di rete
Ci sono luoghi nella rete che val la pena di scoprire e che danno senso alla rotta, all’intimo senso di resistenza che – a volte – appare solitaria e donchisciottiana …
per questo ringrazio chi si dedica a dar loro forma e pensiero, rubando alla propria vita minuti, ore, tempo
STROBOSCOPIO: Politica – Letteratura – Poesia – Pensiero
LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESO: Resistenza – Poesia – Letteratura- Politica – Vita – Condivisione
CARTESENSIBILI: Letteratura – Arte – Pensiero – Poesia – “Grazia”
RETROGUARDIA 2.0 – IL PUNTO LETTERARIO: Letteratura a 360°
ed altri, tutti nel blogroll della colonnina a destra.
n.c.
.
AnarchicAmore
Rosso Levante – raccolta di poesie politiche
KAMIKAZE Stringhe di dolore annodano l’olfatto d’un caffè bruciato nel vapore d’un mattino uggioso. Ricarichi le ossa nella tosse d’una sigaretta che spezza anelli di fumosa esitazione e paura. Avvolto nel giubbotto logoro di anni e sogni ti accompagni all’odore del letto vuoto sul sedile d’un metrò. Ti giri di scatto nel presagio di un nulla vuoto del ricordo: negli occhi danzano le lettere d’una stazione senza ritorno sbiadite nel sudore d’un biglietto accartocciato tra le mani. Rimbocchi il colletto mentre il freddo ti scorre nelle vene, [t’inonderà il silenzio violento nel rapido finire]. Non baratti la ragione con la vita, chiudi gli occhi sul suo sguardo di tizzone ed è un addio per una causa senza stato né nome. *** NOTTE DI GAZA, 28 DICEMBRE 2008 Affilo gli accenti e le virgole ai pensieri, – Acuminati – feriscono le orecchie sulle dita della notte, nella carne di sospiri ed urla innocenti una lingua di terra benedetta da più dèi nel sangue degli eletti: ieri bambini senza corse oggi fame senza domani e sete senza speranze. Pianto di stelle anche stanotte nel cielo dei soprusi d’umano invocare divine discolpe per rammendare squarci di carne ed anima nello scendere del sipario sull’infamia del mondo. *** STORIA SENZA STORIE Terra di cedri ed ulivi, terra di pietre maledette in nome di quale dio affoghi in rovi e polveroso affanno per diritto d’un popolo nella diaspora nutrito d’amaro sale e dolore? Ieri vittime tatuate a numero e fosse non vedono lo scempio del proprio diritto nel disumano vissuto genocidio? Acre odore macabro di decenni e sangue di disperazione e fame sulle terre sfrattate e mutilate non giungi ancóra alle narici dei nuovi Pilato immobili a decretare nel complice silenzio il trionfo dell’inferno sulla storia. *** LA CICALA S’io fossi una cicala frinirei le mie note nel bramir d’ali e foglie. Scivolando s’una goccia nello stagno delle vertebre abbandonate brandirei pagliuzze dorate. Mozzando capi chini di vergogne ossequianti, sederéi mille battaglie nel sangue dei codardi e dei potenti per riconquistarti il mondo nel silenzio del mio canto. ***DOVE UN TEMPO PIANTAMMO UNA QUERCIA SI SECCO’ ANCHE IL MIO ULIVO L’ombra incredula della collina scende macchiata di porpora e china, il vento spoglia i rami alle dita - scabre le vene s’asciugano ai polsi. Un plaid di foglie falciate all’ulivo piange scomposto l’immobile grido delle radici che succhiano al suolo l’aspro sapore di chi s’è perduto. Lì dove un tempo piantammo una quercia priva di ghiande da offrire ai suoi porci, ascolteremo cantare le stelle nelle pozzanghere e dentro le fosse. *** IN BIANCO E NERO È inutile come il mattino dopo un sonno senza riposo rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi infilando perline ad una collana spezzata intorno al collo della negligenza. Succube di parole morte nella notte senza afa la fede spezzata in un crocicchio di quesiti senza attese si deforma nello specchio di mille maschere di zucchero e sale. *** - Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata? *** In bianco e nero amo guardare il vero delle cose nel grigio smorto delle nebbie al camminare degli scarponi antinfortunio detratti a rate dallo stipendio aziendale. *** Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime che evaporavano odori di letto e figli. La osservavo passare in fretta e sognavo un avvenire che mi facesse ricordare il suo nome: ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue. *** - Nessuna luce ancóra è degna dei colori del reale *** Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore appeso a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari. Cartellini da timbrare con contratto interinale e domani un nuovo mestiere per bestiario di pretese. *** La preghiera del padre si disegna agli angoli d’una bocca da sfamare nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore che brama leccornie da consumare in fretta per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi di fragole mature, lievi come il mulinare del vento per un marinaio nato in camicia che mille lidi attraversa sempre appeso alla sua rammendata tela che perde il tempo dalle toppe dei suoi miseri inganni. *** EPISTOLA II – A MIO NONNO, UN COMUNISTA Se perdessi la capacità di soffermarmi sulla possibilità di una fantasia nella vuota veridicità del mio risveglio, allora smetteresti d’esistere e questo mio scriverti avrebbe fine. Seppure nella menzogna di una realtà che non soddisfa ritorno a perdermi nelle fantastiche avventure che leggevo quando ancora sapevo sperare. Abbiamo perso gli ideali nel cammino dei sogni di giustizia sociale ed Enrico* se n’è andato, sì, avrei dovuto dirtelo prima, anche lui se n’è andato: la sua fronte era rigata di sudore, le vene gonfie di attese e parole: – nella piazza i pugni si sono aperti, le vele rosse hanno perso il vento. Mi sono addormentata sul divano stanotte fissando una fabbrica di sogni d’acquistare a rate mentre mi chiedevo dove sarai arrivato e se nell’altro emisfero stai trovando quiete o solo bugie d’esistenza. Ma non temere per me, mi vestirò di sogni domattina partendo per un’avventura da timbrare senza meta né certezze. Silenziosamente attenderò una risposta alle domande che non ti ho posto. ___ (Enrico Berlinguer morì l’11 giugno 1984, sei mesi dopo la dipartita del destinatario di questa lettera) *** LA RIVOLUZIONE DEL POETA Cos’altro ancora la mia parola se non arma, coltello e lama penna iniettata di veleno, di sudore? Contro lo sciacallaggio dell’ottimismo nella cecità mediale compito e dovere portare letizia e rivolta carezza e scompiglio nel torpore. Potenza d’un petalo purpureo di papavero: oppio alle mie vene ed alle papille miele d’acacia, rompi i silenzi dei tormenti e delle nebbie del giorno ingrato, di fatiche operaie raccogli il sangue nelle mie penne. *** TAMBURIN MAN Cinture di corda nei calzoni logori di troppe stagioni e toppe rammendate con filo e dolore nell’indice solcato dallo sfregare delle ore. Una valigia di cartone e una chitarra scordata soffiano ancora ribellione e amore sulle rughe e tra i fogli d’un vecchio Tamburin man ***
LA CANZONE DELLE PRIMULE ROSSE In un presente privo di memorie per le croci senza lapide né nome raccogli secchi papaveri rossi tra le pagine d’un vecchio diario e dálli alle fiamme di questo stanco cammino. Nel seme della ribellione si nasconde il tacito dolore dell’animo che avanza negli anni represso. Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero e tornerò libera in catene al servizio di arroganti minimi. Ha avuto un nome ogni ideale scagliato dalle torri alla diaspora dei mondi nelle lingue confuse d’incomprensibili déi e profeti d’uguaglianza armati d’arroganti verità. Falliremo ancora ma ci rialzeremo nell’urlo delle nostre parole scritte dal vento sulle tue labbra e nel pugno chiuso scagliato al cielo dei padri del pensiero. Andiamo avanti compagno leggero cantiamo ancora delle primule rosse che fioriscono nelle primavere dei soprusi. Cantiamo ancora ché non sia finita la nostra lotta senza strage né terrore cantiamo ancora e culliamo d’amore questo nostro stanco ideale. *** "Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!" Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano DEL PERDUTO SENSO C’era un sogno, una stella, sapeva di mare, reti, fabbriche e sudore. E c’era un ragazzo che voleva lottare con pochi soldi ed una chitarra di cartone. Aveva una penna cui affidare l’ardore, come una donna che gli custodisse il dolore. Esistevano i poeti, i cantori, i profeti e le sue mani erano farfalle libere nel sole. Sono passate le maree senza lasciare conchiglie tra le alghe ed il suo cavallo ammansito reclina il capo sul fieno amargo d’uno steccato. Rimasticato nel cappello, ora abbassa la visiera: la stella perduta nel pentagramma confuso del pensiero dentro i suoi occhi si confonde al soprabito di scena. C’era una volta un indiano, adesso s’è impiegato. Alla fiera delle cose perdute tira somme come un ragioniere: non scontentare nessuno è il suo mestiere. *** .
Monologo Apocrifo – Elisabeth B.B.
Io mi fermo sulla cruna dell’ago, la nostra bilancia è immobile: il tuo pugno di lenticchie pesa quanto la mia spiga gravida di grano. Tentare di dare razionali quadrature all’indefinibile, adesso, sarebbe come pretendere che le nostre ottiche cedessero il passo dell’anima alla mente.
- Amore?
(ridendo sarcasticamente) – Roba da poeti, sognatori, illusionisti, perdenti …
- Amore … sì!
Sarebbe come dire nulla al niente: no, non è amore questo calesse e non importa etichettarne un senso all’infinito se qui tutto è caduco.
Siamo due cammelli che hanno perso le gobbe additandosene le colpe, due ruminanti che stanchi si rinfacciano i versi, gli scarti, le preghiere, i giorni … persi nella consacrazione del nulla nel finito.
- Silenzio … – Dio! come odio il tuo silenzio, il tuo abbassare la testa dentro il petto.
L’insoddisfazione brucia come un cancro nella mente e tu continui a parlare di “Amore”
- … Amore, Amore, Amore? … quale amore?
- Taci! …
Non è quello che voglio essere il tuo amore e non indosserò il velo vespertino per impastare passato e presente in déjà-vieux di troppi giorni. No, amore mio, no … Io sono carne e cervello su polpastrelli che levigano grani di sale senza novene né mea culpa: ciò che sono diventata sulle ginocchia di mille pene lo devo a me, alla mia caparbietà, al tuo diniego, alla mia ambizione.
L’amore eterno lo lascio a te che affondi il capo nella polvere di ciò che volevi che io fossi, scandendo il tempo dei tuoi sensi nella ragion pratica del sopravvivermi esistendo.
Io? Io non so cosa sarà ancora domani, quale buio mi sveglierà all’alba, quale freddo avvolgerà i miei piedi tra le lenzuola, quali pentimenti mi roderanno le insonnie d’angosce, ma so che “noi” non ci saremo.
Così ripeteva davanti alla parete nuda, le sue spoglie erano state accolte dalla benedizone della terra un mese prima, la sua cella d’isolamento prendeva le sembianze di quel volto negli angoli, nelle crepe, nei vetri grigliati di ferro nero.
Continuava a lasciarlo ogni notte, per non uccidere il suo ricordo, per mantenerlo in vita nella loro maledizione. Aveva cancellato l’odore del sangue sotto le unghie, dalle dita, ma le restava quel sapore inspiegabile, ferroso e dolciatro, nella coscienza della gola mentre si affliggeva le labbra tra i canini per confonderne il gusto.
L’amore eterno lo lascio a te, lo lascio a te - ripeteva, giorno dopo giorno, in una cella scura.
.
De rebus naturae
R. Gonsalves
Non mi inginocchio davanti ad altari rivestiti di tele e ricami, oboli di fedeli a purificare in bianco candore di sete e damaschi ed ori, peccati terreni, misfatti e umane meschinità. Non sciolgo sulla mia amara lingua ostie come carni divine e non rinchiudo in portafogli, tra denari e scontrini, nóccioli di dattero come propizio feticcio per prospero domani, né santini dalle mani insanguinate di stimmate e dolori per garantirmi la fede ed un sereno domani. Templi e pagani riti reiterati in riscritte vesti a giustificare poteri e contrabbandi di menti con aldilà e timore di Dio, che imperfezione naturale d’animale genere ha voluto a pascolare in gregge di iene in famelico divorare la carne del più debole che soggiace per malefica invenzione del male al di fuori di creazione. Mi inginocchio davanti a me stessa, alla mia meschina natura nella Natura ed essa prego che non infierisca davanti allo scuotere delle onde sulla battigia ed alle creazioni di umana creatura in sua potenza d’arte. Alla mente spaccata tra bestiale istinto e razionale evoluzione rivolgo disperato pianto e preghiera che abbia pietà dei cuccioli d’uomo * e non inchiodi alle croci armando innocenti come cani affamati per ludibrio di scommessa e due monete d’oro in tasca. ***
*Postilla al testo:
Nella chiusa la mia preghiera va alla coscienza di tutti coloro che permettono l’esistenza di forme di sfruttamento e violenza come quelle praticate ed inflitte ai cosiddetti “baby-soldato”, i “cuccioli d’uomo” armati dalla fame e mandati ad uccidersi in guerre dimenticate e lontane dalle logiche dei mercati occidentali, il cui unico interesse verso quei conflitti si circoscrive alle possibilità di sostanziosi introiti per le loro “pulite” industrie belliche.
Si calcola che i bambini soldato nel mondo siano circa trecentomila, questi “cuccioli d’uomo” non giocano alla guerra sui freddi e colorati schermi di costose play-station, loro la guerra la fanno, e la fanno armati di kalashnikov, Ak47 e fucili d’assalto americani M16.
Strappati alle famiglie o venduti dalle stesse, per mezzo di violenze fisiche e psicologiche di una crudeltà indescrivibile, questi bambini vengono sottoposti ad un processo veloce e cruento di “disumanizzazione”, al fine di abbattere ogni loro connaturato moto di pietà verso il prossimo, “educandoli” ad uno spirito – esasperatamente deviato - di sopravvivenza che equivarrà alla loro capacità di uccidere. Prima dei combattimenti vengono generalmente drogati con cocaina, anfetamine o polvere da sparo bruciata e mischiata a riso e hashish.
A detenere il primato di quest’orrore è l’Africa, e principalmente il Sudan, dove da quasi trent’anni si consuma una guerra spietata tra Nord musulmano e Sud cristiano ed animista, laddove – ancora una volta – la religione dell’uomo, gli “Déi” dell’uomo, determinano o giustificano lo scempio dei loro stessi figli, quelli più deboli e più fragili, quelli che da esseri umani diventano “bottino di guerra” e manovalanza da macello per guerre tra tribù senza speranza ed in mano ad assassini senza onorevoli taglie sulla testa da parte delle spettatrici Nazioni Unite, sempre patinate e civili portatrici di libertà.
n.c.
***
Piccole storie
Tutto iniziò da due piccole tribù una adorava il fuoco, l’altra il fiume Poi arrivò il carro a scorrer sulle ruote scandendo circolare il ciclo delle vite Macchiammo il Gûlgaltâ di rosso issando pietre a recintarci le vergogne fin quando riuscimmo anche a volare e scagliammo bombe per la pace universale. Abbiamo camminato tanto su talloni e caviglie con l’istinto di sopravvivenza del buon migratore facendo d’ogni disumana aberrazione un dio da adorare nell’orrore. .
Il canto della noce
"Io sono la noce" disse il morbido burro, "la sete di giustizia rinchiusa nel tuo mallo e sono la fiamma che trema al davanzale, il respiro, che accende il tuo pensiero". . "Io sono il burro" - rispose la noce - "che unge il pane, t'insaporisce il vento, lucida il mallo". . "E sono la passione" - cantarono insieme - "la rosa, la spina del tuo cuore. Sarò l'arpione che trafiggerà l'empia codardia d'ogni misera statura, la freccia che vincerà la nostra guerra, la sfida che ti sussurra il vento sulle labbra" . ***Noce di burro
Del divino amore
Conobbi la mia Fede negli abissi oscuri dei tuoi occhi quando in essi m'immersi, abbandonando il mio respiro al mistero del senso e dell'istinto. Ho raccolto la Fede sui pendíi dei tuoi fianchi, quando la notte bianchi li cinsi tra le cosce per gustarne - Sguainato il succulento cimiéro d’originale carmínio peccato - chiaro il succo che sazia la mia sete. Incontrai la Fede sulle tue labbra quando zingara intrecciai la mia lingua ai palmi delle mani mendicanti per risalire le vette dei Cieli nello spasmo di miele sulle dita al tocco sensibile della Grazia. . ***
Inchiostro

Scrivere - foto di Tina Modotti
Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri smussa le virgole ed accarezzami gli accenti striscia sul corpo del mio testo dàgli peso penetra ogni parola, ogni verbo bagnami la lingua della tua saliva - nel leggermi piano
senza fretta -
scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio e stropicciami ad ogni lettura nelle ore di noia mentre vieni nelle mie caverne e sui miei capelli ed alle labbra offri ancòra nuovo inchiostro. ***
La profanazione della carne (25 novembre giornata mondiale contro la violenza sulle donne)
Pulsa dal ventre il mio perdono.
Dalle vene fluisce
batte le tempie
percuote,
s'incarna sulle labbra:
nuovo verso in emorragia di suono
come un pianto, lento.
Sciolgo le briglie alle mie lingue
frementi di disgustosa spuma.
Acuminate come spilli penetreranno gli occhi
le parole dettate nel rosso ripugnante della deflorazione.
Frutto senza succo
raccolgo gli acini tra le palme
nuda del carapace da guerriero
di noce e burro sono uomo e donna
nelle mille maschere che indossano il sorriso
amaro e sprezzante della mia profanazione.
.
“L’aura incantata delle origini”, il mio sguardo sulla poesia di Francesco Marotta
Oggi su La Poesia e Lo Spirito una mia lettura della poesia di Francesco Marotta che non ho “pudori” nel definire mia anima silenziosa e faro di poesia.
Ringrazio di cuore Francesco Sasso e LPELS per questo regalo.
Viaggio nella luce, controcanto al vento

- Boulders on the beach
(Non cantarmi lo sfiorire dei gigli nell’abisso
delle onde quando s’increspano d’argento nel gioco della luna
che dal tuo corpo risucchia il respiro alle marée
legando la mano dal seno al senso dell’aria
nell’assenza
di me
come fossi relitto ed icona di un’imago passata)
Non rinchiudere il senso delle cose
nelle domande cui per tua logica
non troverai risposta
e non chiederti il sapore d’una mela
che lasci marcire appesa e mai colta
contorcendo il nostro essere
in moltiplicate lettere senza mittente
nello sbiadire del nome tuo in ceralacca
che confonda nello stampo d’un anello
ogni sentenza, origine ed essenza.
Sfoglia ogni pagina di questo frutto
partorito dall’incoscienza delle sillabe
nel ventre tondo della creatura assunta
nel perimetro della nostra esistenza.
Ancora
áncora il tuo passo al fertile terreno delle cose
nel tattile profitto della terra quando d’ogni goccia
appesa all’ugola dell’alba
genera piccoli arcobaleni di voci nell’aria pregna
di moto e di luce
ove sottraendo al gesto delle dita
di sempre
in sempre
vedrai riemergere le sconfitte ombre nel gioco
della luna col sole
ed ogni acaro delle andate esistenze
perderà l’infetta reverenza
dell’intrigo del tempo con l’inesistente fato,
uguale a se stesso
lascia che si perda nei perpetui moti del silenzio
che non sa creare altro che vuoto.
Nell’afflusso di sangue alla giugulare
sorreggimi il volto tra le mani,
nella cupa notte delle attese
riempimi il vuoto della pelle
di viva carne
che pulsi
fino al fiore segreto del seno:
e che sia febbrile la palpitazione delle ore al cuore
sulla pelle incandescente
del fiume inverso
dall’utero
alla fonte,
voce ricomposta nelle leccate ferite
di cui l’imago mi renda giustizia di verbo
che arrovellandosi c’intrecci i muscoli
al suono delle membra fino all’ultimo sfinirsi
d’un “Io Sono”
pieno e presente
a tutto ed a niente
contro ogni lurida e collerica bile vomitata all’arte
nell’apertura del nostro sguardo all’orizzonte
uguale e diverso
nella controversa natura
della sua armonica di-versità:
l’urlo nostro partorisca l’in-canto
dalla deflorazione impalpabile dell’inganno
- peccato originale chiuso nel calice fresco d’una rosa
che si rigenera
pura e di certezza assolta
nell’anima calda del nostro respiro
liquido
come nettare stillato al senso precipuo della luce
che nell’ora del tramonto
dissolve in sanguigno solco di fuoco
ogni rimarginata crepa
scolpita nelle linee morbide
della nuda pietra.
(Cantarmi il fiorire dei gigli dall’abisso di posidònie
quando danzano l’argénteo vanto della luna
che dal tuo corpo emana il respiro alle marée
legando la mano dal senso al seno dell’aria
nella presenza
di me
come fossi carne del verbo e briciola di pane caldo)
.
***



















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